le luci del mondo,
l'odore di casa,
la gente che scorre sul manto d'asfalto.
gabbiani planare su ali di carta,
leggeri sorvolano tutto.
sospeso tra giorni d'inferno ripenso al tempo che fu.
leggero come ali di carta,
lucente come un riflesso,
di questo sole di maggio sul tevere sporco.
percorro le strade di roma
credo di fare poesia.
appoggio parole sul foglio che foglio non è.
sospiro di malinconia.
riscrivo perché mi mancavo.
speravo in un io più vitale,
ma stronzo, vuoto e banale.
non ho niente da raccontare.
quando torno dal mio lavoro distrutto,
somiglio ad ogni uomo distrutto.
felice soltanto di cose assai rare,
ho imparato ad odiare,
ho scordato di amare.
non so più come fare a creare,
a sorridere, a perdonare.
mi rifugio in miscuglio di spine,
dove credo di più alla stanchezza
che al trepidante brivido e alla freschezza
della vita che scorre nelle mie vene.
faccio poco e faccio solo
quel tanto che mi conviene.
sono diventato il male,
che da ragazzo non facevo altro che condannare.
sono la parte peggiore di questo paese
che sta andando a male.
leggero su ali di carta,
ritorno a rimettere in versi,
parole che stanno nel corpo,
e scalpitano per un esordio.
parole che ho amato con forza,
il suono, la destinazione,
lo scopo, la loro cadenza,
forse la rima, ma con più attenzione.
più del resto, comunicare.
e ora coi mezzi a portata di mano,
comunicare vorrei ma soltanto
vi parlo di quel gabbiano.
con ali di carta a planare,
vorrei essere quel gabbiano romano.
intento soltanto a volare,
e a planare con ali di carta.
intento soltanto ad andare.
neanche troppo lontano.
l'odore di casa,
la gente che scorre sul manto d'asfalto.
gabbiani planare su ali di carta,
leggeri sorvolano tutto.
sospeso tra giorni d'inferno ripenso al tempo che fu.
leggero come ali di carta,
lucente come un riflesso,
di questo sole di maggio sul tevere sporco.
percorro le strade di roma
appoggio parole sul foglio che foglio non è.
sospiro di malinconia.
riscrivo perché mi mancavo.
speravo in un io più vitale,
ma stronzo, vuoto e banale.
non ho niente da raccontare.
quando torno dal mio lavoro distrutto,
somiglio ad ogni uomo distrutto.
felice soltanto di cose assai rare,
ho imparato ad odiare,
ho scordato di amare.
non so più come fare a creare,
a sorridere, a perdonare.
mi rifugio in miscuglio di spine,
dove credo di più alla stanchezza
che al trepidante brivido e alla freschezza
della vita che scorre nelle mie vene.
faccio poco e faccio solo
quel tanto che mi conviene.
sono diventato il male,
che da ragazzo non facevo altro che condannare.
sono la parte peggiore di questo paese
che sta andando a male.
leggero su ali di carta,
ritorno a rimettere in versi,
parole che stanno nel corpo,
e scalpitano per un esordio.
parole che ho amato con forza,
il suono, la destinazione,
lo scopo, la loro cadenza,
forse la rima, ma con più attenzione.
più del resto, comunicare.
e ora coi mezzi a portata di mano,
comunicare vorrei ma soltanto
vi parlo di quel gabbiano.
con ali di carta a planare,
vorrei essere quel gabbiano romano.
intento soltanto a volare,
e a planare con ali di carta.
intento soltanto ad andare.
neanche troppo lontano.